Prima di vedere questa strada per la prima volta, l’avevo già vista molte altre volte

La cosa più semplice è cominciare da questa quasi citazione. Ha avuto origine da una frase pronunciata da Philippe Descola nell’introduzione al suo corso Les formes du paysage“prima di vedere questo paesaggio per la prima volta, l’avevo già visto molte altre volte“.

È quanto succede spesso quando si parla di paesaggi. Ma si può dire lo stesso anche per la fotografia, dal punto di vista del fotografo, si intende. Si scatta una foto che si è già vista. Ed è proprio per questo che la si scatta. Perché ciò che si vede ci fa pensare a un’immagine, e allora si immortala la scena per riconoscimento, una sorta di omaggio, amicizia, complicità, o perché, in un certo senso all’opposto, il ricordo dell’immagine rende la scena percepibile e la trasforma in un’immagine possibile, e allora la si immortala perché la si conosce.

Che si tratti di fotografia o che si tratti di paesaggi, spesso è una questione di archetipi (d’altronde, non si tratta mai davvero di qualcos’altro, qualcosa che va ben al di là di questi due ambiti?). Per la fotografia, come per le altre tecniche di rappresentazione che l’hanno preceduta, in molte occasioni non è una questione di rendere testimonianza, di dire ciò che le cose sono state, ma piuttosto di riconoscerle e di farle proprie. Forse è qui la magia: così facendo, in questo rituale di riconoscimento delle cose già viste, può succedere di prendere parte all’invenzione di qualcosa di nuovo. Ma non era questa la domanda, la domanda del giorno era: qual è dunque questa strada che non ho mai percorso, ma che ho già visto?

ab, inverno 2016

Il progetto di Alain Bublex fa parte di 2016. Nuove esplorazioni, a cura di Diane Dufour, Elio Grazioli e Walter Guadagnini.

La mostra nasce e si sviluppa a confronto con Esplorazioni sulla via Emilia (1986), con lo scopo di raccontare come è cambiata in questi trent’anni la via Emilia e come è cambiato il modo di rappresentarla.
Il festival ha affidato questa ricerca a sette autori contemporanei, rappresentanti di una nuova generazione, Alain Bublex, Stefano Graziani, Antonio Rovaldi, Sebastian Stumpf, Davide Tranchina, Paolo Ventura, Lorenzo Vitturi. A loro il compito di raccontare la via Emilia oggi.

Alain Bublex è nato a Lione nel 1961.

Ora urbanista, ora ricercatore, ora viaggiatore, plasma la sua opera sulla falsa riga di un modello a metà tra diario di viaggio e realtà utopica, reinventando in tal modo l’idea di paesaggio. In questo senso, l’automobile è una piattaforma di lavoro ideale, alla stregua della macchina fotografica. Buona parte del lavoro di questo artista si basa infatti su un aspetto biografico specifico: l’esperienza come designer per Renault. Con Bublex la figura dell’artista atipico sembra allora voler lasciare il posto a un’altra figura: quella dell’inventore.

Le sue opere sono state recentemente esposte al LE BAL di Parigi, al MAC/VAL di Vitry-sur-Seine, al Musée des Confluences di Lione e al Musée d’Art Moderne et Contemporain di Ginevra, che nel 2007 gli ha dedicato una grande mostra monografica. Nel 2014 ha partecipato alle mostre “Motopoétique” al MAC di Lione e “Une Histoire” al Centre Pompidou di Parigi, mentre la Galleria Georges-Philippe & Nathalie Vallois ha ospitato la sua decima mostra personale. Firma anche due pubblicazioni: un libro d’artista, “Impressions de France”, edito da Presses universitaires de Caen, e “Le futur n’existe pas : rétrotypes”, pubblicato da Éditions B42 di cui è coautore insieme al filosofo Elie During.

Sede

Chiostri di San Pietro
via Emilia San Pietro, 44/c
42121 Reggio Emilia