Untitled Limits

Cactus

Il primo uomo che, avendo recinto un terreno, ebbe l’idea di proclamare questo è mio, e trovò altri così ingenui da credergli, costui è stato il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i pali o colmando il fosso, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dall’ascoltare questo impostore. Se dimenticherete che i frutti della terra sono di tutti e che la terra non è di nessuno, sarete perduti!“

Mentre in passato il cactus veniva piantato per definire limiti e confini per ogni proprietà, per controllare i movimenti esterni e interni, oggi stiamo assistendo a una proliferazione di confini e limiti che assumono la forma di muri, barriere di filo metallico e recinzioni. Viviamo in una nuova epoca storica, in cui l’ostilità di una pianta di cactus è insufficientemente nociva, quindi vengono erette barriere di filo metallico per sostenerla.

Il confine di ieri è oggi raddoppiato e fortificato da un nuovo confine…
L’oppressore di ieri è oggi oppresso, “lo strumento di protezione ha bisogno di essere protetto”
La serie “Cactus” è un progetto in evoluzione che segue la storicità delle costruzioni territoriali, concentrandosi su conflitti e legami tra i vecchi confini naturali e i nuovi confini industriali. Prima ancora del fatto che tali confini esercitano un impatto politico, economico e vitale sulla terra, le persone e la natura, la serie “Cactus” testimonia questa escalation di oppressione.

Intensive Beirut

Uno sguardo all’orizzonte, da Sidone a Beirut.

Beirut è una città in cui i monumenti non possono svilupparsi. E ciò si manifesta sotto forma di una conoscenza sfocata. Una conoscenza che continua a sottrarsi alla memoria, che manca di tangibilità, di concretezza… Ciò che ti lascia è un pensiero, un’idea di una città, della sua vitalità, delle sue complessità… e una rappresentazione della stessa che un tempo hai creato nella tua immaginazione prima ancora di incontrarla”.

Il progetto di Ziad Antar fa parte di Dalla via Emilia al mondo, a cura di Diane Dufour, Elio Grazioli e Walter Guadagnini.

Il tema di Fotografia Europea 2016 si apre al mondo nella sede di Palazzo da Mosto, grazie alla collettiva Dalla via Emilia al mondo.

Stanza dopo stanza si passa dal reportage di qualità all’atteggiamento più creativo che introduce temi di attualità, dallo sguardo lirico a quello più coinvolto. Si affronta l’aspetto drammatico dei confini, quelli segnati e quelli meno visibili ma altrettanto marcati. Qui si fanno più forti i temi sociali, politici, umani, raccontati prevalentemente da autori stranieri: Ziad Antar, Paola De Pietri, Gulnara Kasmalieva & Muratbek Djumaliev, Kent Klich, Bettina Lockemann, Maanantai Collective, Michael Najjar, Paolo Pellegrin, Katja Stuke & Oliver Sieber.

Ziad Antar (Sidone, Libano, 1978) è un videoartista e fotografo libanese. Ha studiato Ingegneria agraria all’American University di Beirut prima di dedicarsi ai video e all’arte con una specializzazione al Palais de Tokyo a Parigi e un post-diploma conseguito all’École nationale supérieure des Beaux-Arts, sempre a Parigi. I lavori di Antar sono stati acquisiti da diverse collezioni pubbliche, tra cui il Centro George Pompidou in Francia, il British Museum nel Regno Unito e la collezione LVMH.

Il suo lavoro è stato inoltre esposto in numerose mostre, sia personali che di gruppo, tra cui: Sfeir-Semler Gallery, Beirut; Biennale di Taipei 2008; Biennale di Sharjah; Beirut Art Center; Almine Rech Gallery, Parigi, 2009; Pinchuk Art Centre, Kiev; Seoul Museum of Art; Centre Photographique d’Ile-de-France, Parigi, 2010; 54a Biennale di Venezia, 2011; Villa Empain, Bruxelles, 2012; Fotofest Houston; Almine Rech Gallery, Bruxelles; 2014; Selma Feriani Gallery, Londra, 2015.

Sede

Palazzo da Mosto
via Mari, 7
42121 Reggio Emilia