Emilia Martin
Emilia Martin. The Serpent’s thread
Da bambina trascorrevo ore e ore a osservare la mia amata nonna, lavoratrice tessile della campagna polacca, mentre cuciva scampoli per trasformarli in oggetti nuovi, morbidi e resistenti. Come una narratrice che intreccia gli elementi di una storia, le sue creazioni erano fatte da tante fibre, fili e mani che risalivano indietro nel tempo. Non avendo mai ricevuto un’istruzione formale per imparare a scrivere, a causa delle politiche di genere della sua epoca, la tessitura divenne il suo linguaggio, che tramandava il sapere di molte generazioni di donne che mi avevano preceduto. Quando morì, le sue creazioni, considerate prive di valore, furono gettate o andarono perdute.
Ispirandomi a questo archivio mancante del lavoro di una vita, ho iniziato a rintracciare altre storie di donne. Le loro creazioni sono come fantasmi che, là dove i documenti non dicono nulla, portano avanti una tradizione intergenerazionale fatta di intrecci e ritagli che diventano storie.
The serpent’s thread si basa su documenti frammentari e sul folklore legato alle cinque sorelle Andersson, vissute nel piccolo villaggio svedese di Åsmundtorp all’inizio del XX secolo. La loro storia, in parte documentata e in parte mitizzata, ruota attorno agli elaborati corredi da loro realizzati – oggetti destinati a dimostrare l’abilità, la diligenza e il tenore morale della donna, a rappresentarne il valore come potenziale futura moglie.
Nonostante la complessità di queste loro creazioni, solo una delle sorelle alla fine si sposò. Gli abiti, la biancheria e gli altri capi rimasti – elaborati, inutilizzati e perfettamente conservati – creano un parallelo con le creazioni perdute di mia nonna. Insieme, costituiscono un ambiguo archivio di testimonianze del lavoro domestico e delle aspettative sociali nei confronti delle donne.
Le vite non convenzionali di queste sorelle hanno dato adito a speculazioni e leggende locali: secondo alcuni erano lesbiche ribelli, che guidavano auto bizzarre e fumavano sigari; altri le descrivevano come zitelle solitarie, compatite per la loro solitudine; altri ancora credevano che a quel che cucivano fossero legati misteriosi incantesimi.
Come una stoffa fatta di tanti fili, The serpent’s thread è una rivisitazione per immagini in cui si mescolano attestazioni documentali e mitopoiesi, storia e finzione. Attraverso foto e documenti d’archivio, composizioni scenografiche e interventi fotografici stampati e stratificati con processi tessili, emerge un progetto ricostruito a partire da molteplici storie cucite insieme: quelle di donne creatrici, ribelli e quelle di donne le cui voci sono state documentate, sminuite o perdute.






