Ghostland

Ghostland



Nella nostra epoca ipermediata, la realtà appare sempre più come un  territorio “spettrale”: un paesaggio in cui esperienze, corpi ed eventi sono  filtrati, tradotti e ricodificati attraverso superfici luminose, gli schermi.  Ghostland indaga questo spazio intermedio in cui viviamo − uno spazio  in cui lo schermo non è più soltanto un dispositivo tecnico, ma un vero  e proprio ambiente culturale, capace di modellare le nostre percezioni, i  nostri comportamenti, disegnando immaginari collettivi. 

Le tecnologie visive che abitano il nostro quotidiano – sistemi di  sorveglianza, interfacce sociali, archivi digitali, intelligenze artificiali,  flussi di informazione provenienti da zone di conflitto – costruiscono una  geografia emotiva complessa, fatta di prossimità apparenti e distanze  profonde. Qui il volto diventa specchio, il corpo superficie manipolabile, la  memoria archivio in continua riscrittura, funzionale a immaginare un futuro  distopico. La guerra, le catastrofi, l’alterazione del sé e il senso diffuso di  vulnerabilità necessitano di mediazioni con l’obiettivo di attenuare il dolore,  moltiplicare la spettacolarità davanti a un mondo talvolta incomprensibile e  difficile da decodificare. 

Così in questo paesaggio visivo sovrasaturo, l’immagine funge  contemporaneamente da specchio e da barriera: riflette desideri, paure  e aspirazioni, ma espone anche a forme di controllo e a una progressiva  anestesia dello sguardo.  

Lo schermo diventa così un luogo ambiguo in cui la realtà si scompone, si  ricompone e si reinventa, producendo identità ibride, memorie alterate e  narrazioni che oscillano tra realtà e finzione. 

Ghostland propone una riflessione su come osserviamo gli altri e noi  stessi, su come gli algoritmi ci sorvegliano, su come costruiamo il senso  del pericolo e della fiducia verso un futuro da costruire. 

Attraverso pratiche artistiche sperimentali, la mostra collettiva invita a  riconoscere la condizione contemporanea in continua oscillazione tra  presenza e assenza, tra materialità e simulacro, che caratterizza il nostro  presente, e il nostro futuro prossimo. Un invito, infine, a riflettere non solo  su ciò che vediamo ma soprattutto su ciò che resta fuori dal campo: i  punti ciechi, le omissioni, gli spazi dove la realtà continua a sfuggire o a  palesarsi soltanto attraverso la cornice dello schermo. 



Alisa Martynova (nata 1994, Orenburg, Russia) è una fotografa documentarista con sede a Firenze, Italia. Attraverso un approccio poetico e basato sulla ricerca, esplora la migrazione, la tecnologia, l’identità e il cyborg come mito contemporaneo utilizzando la fotografia e installazioni coinvolgenti. I suoi lavori sono stati esposti a livello internazionale e premiati da World Press Photo, Canon Young Photographers e LensCulture Emerging Talent. Sta sviluppando il progetto ANIMA, sostenuto da Strategia Fotografia e istituzioni come Ars Electronica e FACT Liverpool.

Carolyn Drake lavora a progetti fotografici a lungo termine che cercano di interrogare le narrazioni storiche dominanti e reimmaginarle creativamente. È interessata a colmare il tradizionale divario tra autore e soggetto, tra reale e immaginario, sfidando i binari radicati. Ha ricevuto, tra gli altri riconoscimenti, una borsa di studio Guggenheim, una borsa di studio Fulbright in Ucraina e il premio Henri Cartier Bresson. Le opere di Drake sono conservate nelle collezioni permanenti dello SFMOMA, del Museum of Contemporary Photography di Chicago, dell’High Museum di Atlanta e del Museum of Fine Arts di Houston. È rappresentata da Magnum Photos e dalla Yancey Richardson Gallery e vive a Vallejo, in California.

Indrė Šerpytytė (1983, Palanga, Lituania) è un’artista con sede a Londra, Regno Unito. Šerpytytė produce lavori concettuali che esplorano questioni di storia, memoria e cultura. Tra le mostre personali più recenti si segnalano quelle alla Kunsthall 3.14 di Bergen, Norvegia (2021), alla Rugby Art Gallery and Museum, Regno Unito e alla Biennale di Venezia, Italia (entrambe del 2019). Tra le recenti mostre collettive si segnalano quelle al Chobi Mela – International Festival of Photography, Dhaka, Bangladesh (2026), al Sainsbury Centre, Norwich, Regno Unito (2025) e all’Imperial War Museum, Londra (2020).

Mykola Ridnyi (nato a Kharkiv, Ucraina) è un artista, regista e curatore. Vive e lavora a Berlino, dove è professore ospite nel corso Lensbased presso l’Università delle Arti di Berlino (UdK).
In film e immagini recenti sperimenta montaggi non lineari, collage di documentari e fiction. Il suo modo di riflettere sulla realtà sociale e politica si basa sul contrasto tra fragilità e resilienza delle storie individuali e delle storie collettive. L’insieme delle sue opere realizzate nell’ultimo decennio affronta la questione di come parlare di violenza e guerra senza moltiplicarne la brutalità nel linguaggio visivo.
Le sue opere sono state presentate in varie istituzioni e festival in tutta Europa, tra cui lo Schinkel Pavillion di Berlino, l’Albertinum di Dresda, il Museo d’arte moderna di Varsavia, il Bonniers Konsthall di Stoccolma, la 56a Biennale di Venezia, la Biennale di Kiev e altri.

Sara Bezovšek è un’artista dei nuovi media che lavora nei campi dell’arte su Internet, del cinema sperimentale e del graphic design. La sua pratica artistica è caratterizzata dalla riappropriazione di materiali culturali online e pop. Utilizzando un linguaggio visivo denso di riferimenti, attinge all’immaginario collettivo e costruisce narrazioni coinvolgenti che sono sia una critica che una celebrazione dei paesaggi mediatici altamente saturi in cui navighiamo quotidianamente.

Ha partecipato a numerose mostre e proiezioni cinematografiche in tutto il mondo, tra cui sedi in Slovenia (Aksioma, Kino Šiška, Ravnikar Gallery Space, MFRU, Osmo/za, DobraVaga, P74, SCCA-Lubiana, MSUM, BIO, Kiblix, IZIS), Svizzera (Fotomuseum Winterthur), Polonia (Galleria Nazionale d’Arte Zachęta, Centro d’Arte Contemporanea del Castello di Ujazdowski), Austria (viennacontemporary, Angewandte Interdisciplinary Lab), Spagna (MMMAD Festival, Fundación Foto Colectania), Germania (panke.gallery), Svezia (NSFW/SVILOVA), Italia (Metronom, Foto Forum, SPRINT Milano), Serbia (Danube Dialogues Festival), così come nei Paesi Bassi, in Messico e online su piattaforme come Open Systems (Singapore Art Museum), Are You For Real (ifa – Institut für Auslandsbeziehungen), Feral File e The Wrong Biennale. I suoi lavori sono stati pubblicati anche su piattaforme come Do Not Research, Linked Spheres e la rivista ETC, tra le altre.

Bezovšek vive a Lubiana, in Slovenia, e ha conseguito un MFA presso l’Accademia di Belle Arti e Design dell’Università di Lubiana. Nel 2018 ha ricevuto il premio Prešeren per studenti ed è stata candidata all’OHO Young Artist Award nel 2022. Ha ricevuto il Gran Premio al Festival del cortometraggio di Lubiana (FeKK) nel 2021, il Premio Vesna per il miglior film sperimentale al Festival del cinema sloveno nel 2022 e una menzione speciale allo stesso festival nel 2024.
Dal 2023 lavora ad un progetto per la piattaforma di ricerca [beta permanente] della galleria Fotomuseum Winterthur. Fa anche parte del team curatoriale di KRES, una serie di mostre da lei co-avviata nel 2023 con Dorijan Šiško e Lara Mejač, prodotta da Projekt Atol.

Vaste Programme è un duo di artisti nato nel 2017 dall’incontro tra Giulia Vigna (1992) e Leonardo Magrelli (1989). La loro ricerca si concentra prevalentemente intorno ai temi del cambiamento climatico e delle modalità di fruizione della tecnologia da parte del pubblico di massa, il più delle volte analizzati attraverso la loro presenza all’interno dell’iconosfera. Il mondo delle immagini è per il collettivo un costante riferimento, esplorato tramite approcci post-fotografici e installativi, servendosi di pratiche di appropriazione, risignificazione, detournement e citazione, cui non di rado si aggiunge un velo di ironia dal sapore amaro.



Visvaldas Morkevičius (nato nel 1990) è un artista lituano che lavora principalmente con la fotografia, esplorando le dimensioni emotive e psicologiche della vita contemporanea. Ha conseguito il Master in Fotografia presso l’ECAL, Svizzera (2023–2025) e si avvale della fotografia e dei media interdisciplinari per approfondire i temi dell’identità, dell’iperconnettività e della resilienza. Il suo lavoro esamina criticamente il modo in cui la saturazione dei media, la tecnologia e le forze sistemiche modellano la percezione, la memoria e l’azione.

All’interno di installazioni che si dispiegano nello spazio, Zoé Aubry sviluppa una pratica critica, militante e sperimentale per mezzo della fotografia, esplorando temi che includono attention economy, la resistenza contro i sistemi di potere, l’oppressione digitale e dei media. 

Dopo una laurea in fotografia all’ECAL (École cantonale d’art de Lausanne) e una in pratiche d’arte contemporanea presso l’HEAD (Scuola Superiore di Arte e Design) di Ginevra, ha iniziato a esporre le sue opere in tutto il mondo, tra cui, in particolare, Fotomuseum, C/O Berlin, Finnish Museum of Photography, CPG, MBAL e numerosi festival. Il suo libro #Ingrid (edito da RVBBOOKS e Gato Negro) è stato selezionato ad Arles e si è aggiudicato il premio Most Beautiful Swiss Book. 



Sede

Palazzo Da Mosto
via Mari, 7
Reggio Emilia

orari

24 aprile – 22 giugno
giornate inaugurali
24 aprile › 19-23
25 aprile › 10-23
26 aprile › 10-23
27 aprile › 10-20

dal 1 maggio al 8 giugno
giovedì › 10-13/15-20
venerdì, sabato, domenica e festivi › 10-20

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