Francesco Guccini
Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo
“Canterò soltanto il tempo” è un verso estratto da Il tema, brano contenuto nell’album L’isola non trovata (1970) in cui Francesco Guccini dà voce al filo rosso che attraversa gran parte della sua poetica. Un universo estremamente coerente dove la parola e il narrare storie – che si tratti di canzoni, racconti, romanzi o anche solo chiacchiere – hanno un ruolo centrale. Una parola che sembra essere l’unico appiglio in grado di dare un senso al tempo che passa, alla vita che nella fugace transitorietà del presente, si deve inevitabilmente guardare indietro per comprendersi e compiersi. La mostra propone uno sguardo intimo, seppure non privato, dove la voce di Guccini prende metaforicamente per mano il visitatore e lo accompagna attraverso le sale. Un gioco che pone in primo piano le parole, le canzoni e la voce, con la sua inconfondibile grana.
Diversi sono i materiali messi a disposizione dall’autore, molti dei quali mai esposti prima, che contribuiscono a creare una narrazione costruita, quasi come un concept album, intorno al ricordo, alla memoria e al tempo, inteso come scorrere della vita. Una serie di fotografie dall’album personale di Guccini ne ripercorrono alcuni momenti salienti della vita e della carriera. Inoltre ognuna delle sezioni di mostra è interpretata visivamente da artisti, fotografi, illustratori chiamati a dare il loro contributo.
In questo contesto sono due le nuove produzioni fotografiche in mostra ispirate ai temi più cari a Guccini e a quelle che lui stesso definisce come “visioni spente di fantasmi e gente”. Con il suo Pavana e ricordi Paolo Simonazzi va alla ricerca degli scorci di una geografia sentimentale gucciniana. Un atlante per immagini in cui, a luoghi e paesaggi della Pavana cantata nell’album Radici e in tanti romanzi e racconti, vengono accostati oggetti e dettagli di interni che dicono di una formazione che affonda nella cultura popolare, nell’amore per le lettere, per i fumetti e le parlate vernacolari.
Kai-Uwe Schulte-Bunert tenta invece nel suo lavoro di dare una forma, seppur astratta, al tempo. Smontandone metaforicamente e fisicamente i meccanismi, ce lo presenta come una fluttuazione continua in uno spazio indefinito che l’obiettivo della camera è in grado di fermare solo in modo frammentario e randomico. Quasi a suggerire i modi in cui affiora il ricordo, quando mette a fuoco un dettaglio che ci aiuta a riportare nel presente le pallide visioni che ci vengono dal passato.
Ulteriori illustrazioni in mostra sono opera di Simona Costanzo, Arianna Lerussi, Veronica Ruffato, Silvano Scolari e Gianmario Taurisano.






